Francesco: i giovani chiedono più selfie che strette di mano

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Mi sembra di vederlo Papa Francesco. Arriva in una sala piena di giovani che non vedono l’ora di incontrarlo, si avvicina ai partecipanti e tende la mano per salutare i ragazzi che lo aspettano da ore. Ma, invece di strette di mano e abbracci Francesco è sommerso di fotografie e selfie rubati, quasi a dispetto dei fotografi ufficiali del Vaticano, che immortalano da sempre ogni passo del Pontefice. Lo racconta lui stesso, durante un incontro con la diocesi di Roma (il testo ufficiale lo trovi qui):

Venerdì sono andato alla chiusura di un corso di Scholas occurrentes con i giovani: erano della Colombia, dell’Argentina, del Mozambico, del Brasile, del Paraguay e di altri Paesi; una cinquantina di giovani che avevano fatto qui un incontro sul tema del bullismo. Erano tutti lì ad aspettarmi, e quando sono arrivato, come fanno i giovani, hanno fatto chiasso. Io mi sono avvicinato per salutarli e pochi mi davano la mano: la maggioranza erano con il telefonino: foto, foto, foto… selfie.

Non si tratta certo di una novità questa per il Papa. Sempre più spesso, nelle occasioni pubbliche, giovani e meno giovani sembrano più attenti a filmare il passaggio della papamobile che a cercare il suo sguardo, senza la mediazione dello schermo dello smartphone. E a pensarci bene non è una cosa che riguarda solo il Papa. Vale per i concerti, le passerelle e i red carpet degli artisti, ma forse anche per il passaggio delle spose durante i matrimoni. Una caccia all’immagine, che ha spesso come scopo principale la condivisione sui social, quasi a voler provare al mondo la nostra presenza in un certo luogo e in un determinato momento. Quasi contasse quell’immagine condivisa più del fatto di esserci stati realmente.

Francesco, in effetti, non nasconde un po’ di preoccupazione per tutto questo:

Ho visto che la loro realtà è quella: quello è il loro mondo reale, non il contatto umano. E questo è grave. Sono giovani “virtualizzati”. Il mondo delle comunicazioni virtuali è una cosa buona, ma quando diventa alienante ti fa dimenticare di dare la mano. Salutano con il telefonino, quasi tutti! Erano felici di vedermi, di dirmi le cose… E la loro autenticità la esprimevano così. Ti salutavano così.

Cosa fare allora? Di certo non basta dire che il tempo è cambiato. Se da un lato infatti non possiamo pensare di tornare indietro, certamente non possiamo rassegnarci all’idea che l’esperienza virtuale sostituisca in toto quella reale, tanto più se a farne le spese sono le relazioni e i contatti tra le persone. A volte basta un giro sull’autobus o una coda alla posta per vedere più teste chine sullo smartphone che incroci di sguardi tra le persone. E questo non riguarda solo i giovani.

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Che la tecnologia possa essere uno strumento positivo per coltivare le relazioni il Papa lo sa bene. Lo scriveva già nel 2014, nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali:

I media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti. […] La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio.

Il punto quindi è forse che la tecnologia ha bisogno dell’educazione. Soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, c’è bisogno di mettere in campo percorsi pensati di accompagnamento, da parte delle famiglie e della scuola. Per questo la scuola non può voltare le spalle al digitale. Dobbiamo aiutare i più piccoli — per dirla con Papa Francesco — ad atterrare nel mondo reale, a toccare la realtà, a ritrovare le radici. È un compito che abbiamo noi adulti, quello di aiutare i più giovani a radicarsi in una realtà che in un modo o nell’altro appartiene anche a loro, facendoli sentire parte di una storia che era prima loro e che sarà anche dopo.

Tutto questo senza demonizzare la tecnologia (che non è, appunto, una “diavoleria”). Pensiamo solo quali vantaggi strepitosi internet e i social media danno alla comunicazione. Si tratta di conoscere gli strumenti e governarli; di coglierne le opportunità e prendere consapevolezza dei limiti e dei rischi; di sfruttare il valore aggiunto che possono portare, senza cedere alla tentazione di farsi sopraffare.

Per questo — mi ripeto — è un ruolo chiave quello dell’educazione. La scuola può fare molto, ne sono sicuro. Ed è questo il tempo per mettersi all’opera.

Perchè la scuola non può voltare le spalle al digitale

Sembra essere un dibattito sempre aperto quello che riguarda l’opportunità o meno di introdurre e potenziare il digitale all’interno dei metodi e dei programmi delle scuole italiane. Ed è vero, a dirla tutta, che a livello di risultati si sono alternati nel tempo casi evidenti di successo e esperienze totalmente fallimentari.

Vorrei allora provare a condividere tre punti di partenza per comprendere quanto il tempo presente sia realmente il momento opportuno per una riflessione seria attorno al ruolo della scuola nell’educazione digitale delle generazioni future. Senza credere, da un lato, che da domani tutto possa essere convertito a priori al potere di smartphone e tablet, ma neppure che si possa andare avanti senza prendere in considerazione il cambiamento — di vita innanzi tutto — attualmente in atto.

Punto primo: la tecnologia c’è.

Non è una banalità. La tecnologia è una parte significativa della nostra vita e probabilmente lo sarà sempre di più. Mi viene difficile pensare a un futuro meno digitale di questo nostro presente. A meno di eventi catastrofici in grado di riportare il pianeta a fasi precedenti della propria storia — come nell’immaginario distopico di tanti scrittori — l’integrazione dell’esperienza digitale nel nostro quotidiano non potrà che aumentare. Magari miglioreremo tanti nostri approcci, forse riscopriremo “vecchi” sistemi per far fronte ai problemi abituali (senza dover ricorrere per forza a qualche app), ma complessivamente indietro non torneremo. Possiamo essere felici, o vedere tutto ciò con angoscia: questo però non cambierà le cose.

Se almeno su questo punto siamo d’accordo, allora credo converremo sul fatto che la scuola non può far finta di nulla.

Il rischio sarebbe espandere, ancor più di quanto talvolta già accade, il divario tra la lezione e la vita, togliendo ai ragazzi e ai giovani l’opportunità di vivere l’esperienza scolastica come parte realmente significativa per il loro presente e per il loro futuro. Pensare a una scuola che non fa i conti col web e i social media, che non sa cogliere le opportunità che il digitale può offrire per la crescita personale, relazionale e professionale di ciascuno, non farebbe altro che consolidare l’immagine, sbagliata, di una scuola che non parla alla vita e rafforzare il dualismo, ancora troppo presente nella realtà dei giovani, che contrappone il tempo speso tra i banchi di scuola e la vita là fuori, come appartenessero a mondi distanti tra loro.

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Punto secondo: la tecnologia ha bisogno dell’educazione.

Abitare gli spazi digitali non è semplice. La presenza della tecnologia nelle nostre vite ha cambiato nel tempo le abitudini quotidiane e ci ha messo di fronte a nuove sfide per le quali non sempre siamo preparati. Basti pensare a come è cambiato il nostro modo di gestire le relazioni con gli altri, di trovare le informazioni su ciò che accade o di farci un opinione sulla realtà che ci circonda. È chiaro, quindi, come un cambiamento così significativo abbia bisogno di essere supportato da un processo formativo ed educativo, per il quale la scuola non può tirarsi indietro.

Sono convinto del fatto che la scuola abbia quindi il dovere di aiutare i ragazzi a orientarsi nel mondo digitale, attraverso una proposta seria e ragionata, avvalendosi di docenti preparati e di una comunità formativa in grado di cogliere le opportunità che queste esperienze ci offrono. Troppo spesso la scuola, rispetto alla grande questione della tecnologia, si è fermata di fronte ai rischi — numerosi e sempre presenti — che si nascondevano dietro l’angolo. La sfida, invece, sta oggi nell’investire proprio sul processo formativo ed educativo, attraverso un ripensamento del ruolo degli insegnanti e la revisione dei metodi e degli strumenti finora utilizzati, per sostenere la crescita di nuovi cittadini digitali, capaci, competenti e responsabili.

Ma non solo. Il ruolo chiave della scuola in questo ambito, a mio avviso, è determinato anche dalla necessità di supportare tante famiglie che su questi ambiti non hanno la possibilità di a stare al passo e, magari involontariamente, adottano strumenti inadeguati per accompagnare i figli nel rapporto con il digitale. Quanti genitori non riescono ad aiutare i figli a vivere un’esperienza digitale positiva, in grado di dare realmente valore aggiunto alla propria vita? Ecco, qui la scuola può essere determinante, a patto che provi ancora il desiderio di rimettersi in gioco, di formarsi e formare, di costruire quella comunità educante necessaria per sostenere la crescita dei più giovani

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Punto terzo: la tecnologia può portare anche cose buone.

Ho la sensazione che ancora troppo spesso il rapporto tra le nuove generazioni e la tecnologia sia guardato da noi più adulti con la diffidenza di chi, per ragioni di età, di vita e di scelte passate si sente ancora un po’ a disagio a confrontarsi con un mondo tanto diverso da quello che ha conosciuto (o creduto di conoscere) in precedenza. Per questo, forse, anche a scuola tante energie sono spese per proteggere i più giovani dai pericoli che l’esperienza digitale porta con sé. Ecco allora che sempre più spesso ci siamo adoperati per approfondire le questioni legate alla tutela della privacy nei social network, alle insidie nascoste dietro alle chat e alle app di messaggistica, alla prevenzione del cyberbullismo e degli altri fenomeni di odio attraverso la rete. Tutti temi giusti, ovviamente, per i quali rimane necessario il sacrosanto impegno delle famiglie, della scuola e delle istituzioni a tutela dei più deboli.

Ciononostante, forse qualche passo avanti andrebbe fatto nell’ottica di ripensare alla tecnologia come a qualcosa che, se utilizzata senza lasciarsi dominare, può portare frutti positivi alla vita di ciascuno. Pensiamoci bene: quale altra possibilità potremmo avere di entrare in contatto e comunicare in modo così semplice con il mondo intero? quale strumento ci permetterebbe in modo altrettanto ricco di accedere alle informazioni e alle conoscenze? attraverso quale altro canale avremmo la possibilità di condividere il nostro pensiero e il nostro lavoro su così larga scala? e così via. Tante sono le strade che si possono individuare per ripensare in positivo alla presenza della tecnologia nel mondo di oggi e ai benefici che la nostra vita ne trae tutti i giorni.

Per questo la scuola, anche in questo caso, ha il compito di promuovere un utilizzo efficace della tecnologia. Perché al di là dei rischi e delle trappole che ancora ci sono e che di certo non dobbiamo sottovalutare o dimenticare, tanto di buono può venire dall’esperienza che facciamo attraverso gli ambienti digitali. E una scuola che si prende cura della vita dei suoi allievi, questo non lo può dimenticare.

Io voglio stare con tutti

bambini-in-viaggio-1Qualche tempo fa mia figlia di tre anni, prima di addormentarsi, mi ha raccontato che a scuola i suoi amichetti avevano fatto arrabbiare la maestra, pasticciando con i pennarelli le seggioline della classe. Io, pensando di essere un buon padre, di quelli che sanno dare i consigli giusti al momento giusto, le dissi che forse avrebbe potuto passare il suo tempo insieme ad altri bambini, magari a quelli che non facevano arrabbiare la maestra, così in futuro avrebbe evitato di essere sgridata anche lei.

Per tutta risposta, lei – ripeto, 3 anni – mi risponde: «Ma papà, io voglio stare con tutti!».

Silenzio.

Come ho fatto a non pensarci? La risposta che avrei dovuto darle non doveva essere di allontanarsi dai suoi amici, mettendoli da parte e creando gruppi e divisioni all’interno della classe. Avrei dovuto dirle, invece, che nella vita, a volte, possono esserci persone che fanno cose sbagliate e che spetta a ciascuno di noi decidere da che parte stare; forse avrei potuto anche dirle che quando un amico fa qualcosa che non dovrebbe va aiutato a capire l’errore, corretto se serve, ma mai allontanato; in ogni caso, un buon padre – che tra l’altro cerca anche di essere un buon insegnante – avrebbe dovuto dirle che a scuola, così come nella vita, con gli altri dobbiamo imparare “a starci”, senza cedere alla facile soluzione del distinguere “noi” – i buoni – e “gli altri” – i cattivi.

Avrei dovuto e non l’ho fatto. Non l’ho fatto perché forse noi adulti, magari inconsapevolmente, abbiamo perso di vista l’importanza dello stare con tutti. Ci siamo abituati a fare distinzioni, a dividere gli altri in categorie ben definite e chiudendone ciascuna in una scatola. Buoni e cattivi, amici e nemici, persone di fiducia e gente da evitare (per non dire poi, italiani e stranieri, bianchi e neri, cristiani e islamici…ecc.). Ci siamo anche abituati a essere circondati esclusivamente da persone che la pensano come noi e questo ci sta rendendo incapaci di gestire la differenza e il confronto. Ragionare così è più comodo e più semplice.

Punto.

Ma qual è il prezzo da pagare per tutto questo? Probabilmente stiamo perdendo la capacità di ragionare sulla vita e sulle cose, valutando punti di vista alternativi al nostro; stiamo perdendo la capacità di cambiare idea. O con noi, o contro di noi. Questo è il risultato. Nella nostra scatola inizialmente stiamo bene: ci sentiamo al sicuro e ci rafforziamo a vicenda. Ma col tempo prederemo la capacità di guardare oltre, scoprendo che la vita non è in bianco e nero, ma una varietà infinita di tonalità la colorano e la rendono più bella.

Per capirlo, però, dobbiamo provare a prendere il volo e a guardare alle cose dall’alto.

Se quello che ho scritto non basta, diamo un’occhiata a questo spot pubblicitario della TV danese:

Persone fotografie created by Pressfoto – Freepik.com

La maestra, il fiore e l’Accademia della Crusca. Riflessioni su un modello educativo.

È di qualche giorno fa la notizia del bambino di Ferrara che, dopo aver utilizzato (nonché ideato, per la verità) l’aggettivo petaloso per descrivere un fiore durante un compito scolastico, invece di incorrere nelle severe correzioni della maestra, si è visto recapitare una lettera dalla prestigiosa Accademia della Crusca, con una dettagliata spiegazione di come una parola nuova può entrare nel vocabolario comune. Il piccolo studente, per la verità, non solo ha conquistato l’attenzione dei rinomati linguisti fiorentini ma, sopratutto, ha riempito le pagine della maggior parte (o forse della totalità…) dei quotidiani italiani, anche grazie alla viralità che la notizia ha avuto sui social network, diventando insieme alla sua insegnante eroe per un giorno, per aver trasformato ciò che tradizionalmente sarebbe stato considerato un errore in un’opportunità di crescita e di cambiamento di prospettiva.

Ora, trascorso qualche giorno dalla notizia, superati i boom di entusiasmo e le battute sarcastiche annesse, vale la pena spendere qualche riga per un pensiero più profondo sul modello educativo che sta alla base di questa storia. Insomma, Matteo ha commesso un errore nell’utilizzare l’aggettivo petaloso per descrivere una margherita oppure no? e la maestra, ha fatto bene a prendere l’iniziativa per coinvolgere, in questa vicenda alcuni tra i massimi esperti della lingua italiana, o avrebbe dovuto, più semplicemente, limitarsi alla correzione?

Partiamo dall’inizio. La maestra ha dato al giovane Matteo una grande lezione (non semplicemente di italiano). Nella vita, anche scolastica o professionale, gli errori possono essere fonte di ispirazione per nuove possibilità di successo, possono aprire strade inesplorate, apparentemente anche contro il senso comune e la tradizione. Ma non solo. Ha insegnato a Matteo, e lo ha ricordato a tutti, che in ciascuno di noi è nascosto uno slancio creativo che ci permette di uscire dagli schemi rigidi e prestabiliti che ci siamo dati e di guardare oltre, cogliendo sfumature e dettagli che altrimenti resterebbero ignoti. E allora quel fiore, che tutti avremmo descritto come colorato o profumato per Matteo era petaloso, perché quella sfumatura della margherita ha colpito di più il suo occhio di bambino. In fondo, se il nostro pensiero si esprime con il linguaggio, a volte è necessario trovare le parole giuste per affermare ciò che pensiamo e che vogliamo dire (va da se, che maggiore è il vocabolario a cui abbiamo accesso, più precise saranno le sfumature che sapremo dare ai nostri pensieri).

Eppure, pur senza dimenticare quanto appena scritto, c’è un altro aspetto della vicenda che mi ha indotto a pensare. Matteo ha sbagliato. Non credo volesse inventare una parola. Credo piuttosto pensasse di poterla usare correttamente per descrivere il fiore. Ecco allora  perché sono convinto che la maestra abbia fatto bene anche a segnalare l’errore, aiutando il ragazzo a comprenderne il motivo. Il rischio, altrimenti, sarebbe che in futuro Matteo – o i compagni di classe – possano credere che tutto sia giusto, tutto ammissibile, tutto socialmente accettabile (non solo rispetto alla lingua italiana) e che il limite fissato dalle regole possa essere aggirato, personalizzato, relativizzato. Il rischio è che Matteo e tutti noi possiamo pensare che, come le parole entrano nel vocabolario se sono usate da tante persone, anche i nostri desideri privati, se condivisi da altri, possano trasformarsi in qualcosa di dovuto dalla società in cui viviamo. In fondo la lingua italiana porta con sé un insieme di regole, un po’ come il contesto attorno a noi. Sono sicuro che nelle intenzioni della povera maestra di Matteo non ci sia stato il desiderio di confondere il giusto con lo sbagliato; ma sono altrettanto certo che in un tempo come quello di oggi sia un dovere dell’educatore mostrare le ragioni del giusto, del bello e del bene, e i fondamenti dell’errore, quando questo si manifesta.

Due prospettive, due punti di vista, un solo obiettivo. Aiutare i più giovani a crescere, alimentando protagonismo e creatività, ma anche capacità di ascolto e rispetto degli altri e delle regole. Per questo entrambi devono andare di pari passo. Il bello e il nuovo, da una parte; il vero e il giusto dall’altra.

Giubileo alle Porte!

Ecco il primo dei miei articoli di presentazione del Giubileo straordinario della Misericordia per la rivista online 2duerighe.com. Ne pubblicherò uno a settimana, il sabato, curando la sezione Speciale Giubileo.

Manca davvero poco all’inizio ufficiale del Giubileo della misericordia che Papa Francesco inaugurerà martedì 8 dicembre con l’apertura della Porta Santa nella basilica di San Pietro e che proseguirà fino al 20 novembre del 2016. Anche 2duerighe.com ha deciso di seguire da vicino questo evento straordinario, che coinvolgerà non soltanto le mura vaticane e la città di Roma, ma che anzi interesserà la Chiesa sparsa nei cinque continenti e si intreccerà profondamente con le questioni nazionali e internazionali del nostro tempo. Lo faremo con una rubrica settimanale in cui, a partire dalle parole e dai gesti del Pontefice, proveremo ad approfondire i temi proposti alla luce della situazione del Paese e delle prossime sfide che ci attendono.

Per la verità il Papa – che non smette di stupire – ha già aperto ufficialmente la prima Porta Santa domenica scorsa nella cattedrale di Bangui, capitale dalle Repubblica Centrafricana – al termine del suo importante viaggio in Africa. Lo aveva annunciato durante l’Angelus dello scorso primo novembre, a sostegno dei «dolorosi episodi che hanno inasprito la delicata situazione» del Paese, e così è stato. «Oggi Bangui diviene la capitale spirituale del mondo – ha detto domenica scorsa Papa Francesco – l’Anno Santo della misericordia viene in anticipo in questa terra.» Una scelta, quella di aprire il Giubileo in un luogo diverso dalla basilica di San Pietro, che va letta nel solco del pontificato di Francesco, in cui, al centro dell’azione pastorale della Chiesa, si collocano le periferie di questo tempo, e che ha permesso al mondo intero di puntare i riflettori su una terra, quella africana, martoriata dalla guerra, dalla fame, dalla malattia e dalla povertà. C’è da scommettere che il tema della povertà, così come le numerose e diverse sofferenze che affliggono l’umanità, saranno presenze costanti nelle parole e nei gesti di Francesco, lungo questo anno giubilare, a testimonianza di quel desiderio di vicinanza della Chiesa al vissuto degli uomini che il Papa vuole sostenere e testimoniare. «In questo Anno Santo, potremo fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica» scrive il Pontefice nella Bolla di indizione del Giubileo e, prosegue, «in questo Giubileo ancora di più la Chiesa sarà chiamata a curare queste ferite, a lenirle con l’olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta.»

Intanto a Roma fervono gli ultimi preparativi. Il Prefetto Gabrielli, inaugurando nei giorni scorsi la sala operativa per il Giubileo, ha assicurato l’innalzamento del livello di sicurezza al 4°, il massimo, mentre si prevede nella capitale, sempre secondo le stime della Prefettura, una partecipazione di circa 100 mila persone alla celebrazione di inizio dell’Anno Santo. I riti di apertura della Porta Santa della basilica di San Pietro, trasmessi in mondovisione, inizieranno a partire dalle 9,30 e saranno preceduti dalla lettura di alcuni brani dei documenti conciliari – ricorre infatti martedì anche il cinquantesimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II. Ma non sarà solo Roma a essere protagonista degli eventi giubilari: domenica 13 dicembre – altra novità introdotta da Francesco – saranno aperte le porte sante, chiamate appunto Porte della Misericordia – nelle Cattedrali di ogni diocesi e nelle altre chiese e santuari scelte dai vescovi sui territori. È la prima volta nella storia dei Giubilei che si aprono porte sante in tutte le diocesi: forse in questo Giubileo “decentrato” più che mai vivremo occasioni particolari proprio a livello locale, nei luoghi dove maggiormente può esserci occasione di sperimentare la misericordia. In questo senso si comprendono le scelte del Papa rispetto, ad esempio, ai detenuti che «nelle cappelle delle carceri potranno ottenere l’indulgenza e ogni volta che passeranno per la porta della loro cella» sarà come se attraversassero la Porta Santa, «perché la misericordia di Dio, capace di trasformare i cuori, è anche in grado di trasformare le sbarre in esperienza di libertà».

Ma quello che sta per cominciare sarà anche il primo Giubileo social della storia della Chiesa. L’organizzazione dell’evento, la cui regia è affidata al Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, da tempo ormai ha avviato una presenza attiva sui principali media digitali, non solo Twitter e Facebook, ma anche attraverso canali video su Youtube e gallerie fotografiche su Instagram e Flickr: anche in queste scelte possiamo leggere il tentativo della Chiesa di farsi vicina alle persone, andando a mostrare una presenza significativa nelle piazze, anche digitali, abitate dagli uomini e dalle donne di oggi. Da tempo, ormai, è attivo il sito www.iubilaemumisericordiae.va, raggiungibile anche all’indirizzo www.im.va, disponibile in sette lingue, dove è possibile trovare tutte le informazioni ufficiali sul calendario dei principali eventi pubblici e le indicazioni per la partecipazione agli eventi con Papa Francesco.

Insomma, quello che sta per cominciare sembra essere davvero un Giubileo straordinario. E non solo perché non cade con la solita cadenza venticinquennale o perché è il primo ad essere “tematico”, in quanto legato espressamente al tema della misericordia. Molteplici sono le attese che porta con sé, non solo da parte dei fedeli. Papa Francesco ha mostrato al mondo il volto di una Chiesa accogliente e solidale che piace alla gente e di cui sentiamo il bisogno. Ma numerose sono anche le sfide che attendono questo anno. La lotta la terrorismo, quella terza guerra mondiale «a pezzi» che già si sta combattendo in molte parti del mondo, la povertà, la crisi di valori sono solo alcune delle piaghe che affliggono questo tempo e verso le quali, in questo anno, la Chiesa proverà a mostrare il volto misericordioso di Dio. «In questo Anno Giubilare la Chiesa si faccia eco della Parola di Dio che risuona forte e convincente come una parola e un gesto di perdono, di sostegno, di aiuto, di amore. Non si stanchi mai di offrire misericordia e sia sempre paziente nel confortare e perdonare». Ne abbiamo bisogno.